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NON DEVI INSEGNARE AL TUO SISTEMA NERVOSO A STARE CALMO – Le ultime scoperte scientifiche sulla regolazione, lo stress e l’apprendimento della sicurezza

Negli ultimi anni abbiamo sentito parlare moltissimo di regolazione del sistema nervoso. Respirazione, rilassamento, stimolazione del nervo vago, tecniche per uscire dall’iperattivazione: il messaggio che spesso passa è che un sistema nervoso regolato sia soprattutto un sistema nervoso calmo. Eppure, osservando ciò che sta emergendo dalla ricerca sul trauma, sulla paura e sull’apprendimento, questa idea comincia a risultare troppo semplice.

Un sistema nervoso sano, infatti, non deve essere sempre tranquillo. Deve sapersi attivare quando serve e deve poter modificare la propria risposta quando le condizioni cambiano. Possiamo avere il cuore accelerato, respirare più velocemente ed essere perfettamente regolati mentre corriamo, balliamo, facciamo l’amore, ci emozioniamo o affrontiamo qualcosa di importante. Allo stesso modo possiamo essere immobili, apparentemente calmi, mentre il nostro organismo si trova in una condizione di chiusura, congelamento o dissociazione.

Forse, quindi, abbiamo confuso la regolazione con la riduzione dell’attivazione. Calmare il corpo può essere estremamente utile, soprattutto quando l’intensità dello stress diventa difficile da sostenere, ma non è necessariamente la stessa cosa che modificare ciò che il nostro sistema ha imparato a considerare pericoloso.

Ed è proprio qui che alcune delle ricerche più recenti diventano interessanti.

Il cervello non reagisce soltanto al presente: cerca di prevedere quello che accadrà

Una delle prospettive che sta influenzando maggiormente le neuroscienze contemporanee è quella del predictive processing. Il concetto, semplificandolo molto, è che il cervello non aspetti passivamente che qualcosa accada per poi decidere come reagire. Utilizza continuamente ciò che ha imparato attraverso le esperienze precedenti per formulare previsioni su quello che probabilmente accadrà.

Questo significa che quando abbiamo attraversato esperienze traumatiche o periodi prolungati di forte stress, il nostro sistema può aver imparato non soltanto a reagire a determinati pericoli, ma ad anticiparli.

Immaginiamo, per esempio, una persona cresciuta in un ambiente nel quale la vicinanza affettiva era imprevedibile: a volte c’era, altre volte spariva improvvisamente. Anni dopo potrebbe bastare un messaggio che non arriva, una distanza improvvisa, un cambiamento nel tono di voce della persona amata per produrre una forte attivazione. Nel presente magari non sta realmente accadendo nulla di grave, ma il sistema riconosce alcuni elementi già incontrati in passato e anticipa ciò che potrebbe venire dopo.

Questo è un passaggio importante perché significa che non reagiamo sempre soltanto a ciò che sta accadendo: reagiamo anche a ciò che il nostro sistema si aspetta che accada.

Ecco perché ripetersi “sono al sicuro” non sempre basta. Possiamo sapere razionalmente che in quel momento non esiste un pericolo reale e continuare comunque ad avere il cuore accelerato, il corpo contratto o una forte necessità di controllare ciò che sta succedendo. Non perché il corpo sia impazzito, ma perché utilizza informazioni precedenti per prepararsi a qualcosa che ha imparato ad aspettarsi.

Anche una sensazione del corpo può diventare una previsione di pericolo

A questo si collega un altro campo di ricerca sempre più importante nello studio del trauma: l’interocezione, cioè il modo in cui percepiamo e interpretiamo ciò che accade all’interno del nostro organismo. Battito cardiaco, respirazione, tensione muscolare, temperatura, tremore, nausea, pressione toracica sono segnali reali, ma percepirli è soltanto una parte del processo. Il cervello deve anche attribuire loro un significato.

Pensiamo a una persona che improvvisamente sente accelerare il cuore. Può accorgersene e non attribuirgli particolare importanza, oppure può interpretare quella stessa sensazione come il segnale che qualcosa non va. In quel momento aumenta la paura, il battito accelera ulteriormente, l’attenzione si concentra ancora di più sul corpo e le nuove sensazioni sembrano confermare l’interpretazione iniziale. Si crea così un circuito nel quale sensazione, interpretazione e paura finiscono per alimentarsi reciprocamente.

Per questo anche l’invito, oggi molto diffuso, ad “ascoltare il corpo” merita una precisazione. Ascoltare il corpo può essere prezioso, ma sentire una sensazione non significa automaticamente interpretarla correttamente. Una persona traumatizzata può essere poco connessa alle proprie sensazioni, ma può anche trovarsi nella condizione opposta: sentirle moltissimo, controllarle continuamente e attribuire loro rapidamente un significato di pericolo.

La ricerca recente sull’interocezione nel PTSD sta mostrando proprio questa complessità. Non esiste semplicemente un corpo che “non viene ascoltato”: esistono modi differenti di percepire, interpretare, temere o evitare le informazioni che arrivano dall’interno.

E se la regolazione non consistesse sempre nel far sparire la sensazione?

Uno studio randomizzato pubblicato nel 2025 ha analizzato un intervento chiamato RISE – Reconnecting to Internal Sensations and Experiences, rivolto a 100 militari e veterani con probabile PTSD. Il lavoro era centrato proprio sul rapporto con le sensazioni interne e, tra i risultati più interessanti, è emerso un miglioramento nella capacità di sperimentare sensazioni corporee spiacevoli senza preoccuparsene automaticamente. Questo cambiamento risultava a sua volta collegato alla successiva riduzione dei sintomi post-traumatici. [1]

È un dato interessante perché ci costringe a cambiare prospettiva. Quando una sensazione ci spaventa, la prima risposta è spesso cercare di eliminarla: devo smettere di tremare, devo far rallentare il cuore, devo liberarmi immediatamente di questa tensione. Naturalmente ci sono momenti in cui ridurre l’attivazione è necessario e, quando compaiono sintomi nuovi o importanti, è indispensabile escludere una causa medica. Ma una volta stabilito che stiamo lavorando su una risposta di stress, eliminare continuamente ogni sensazione potrebbe non essere l’unica strada.

In alcuni casi il nuovo apprendimento potrebbe consistere proprio nello sperimentare quella sensazione e scoprire che ciò che il sistema prevedeva non accade. Il cuore accelera, ma non perdo il controllo. Sento paura, ma riesco a rimanere presente. Avverto tensione, ma posso continuare a scegliere ciò che faccio.

La nuova informazione non sarebbe più “non devo sentire questo”, ma “posso sentire questo senza che accada necessariamente ciò che temo”.

Ed è una differenza enorme, perché non stiamo più semplicemente cercando di spegnere una risposta: stiamo offrendo al sistema un’informazione diversa.

La sicurezza potrebbe dover essere appresa, non soltanto dichiarata

Uno degli studi più interessanti pubblicati nel 2026 porta questo ragionamento ancora più avanti. In una ricerca apparsa su Translational Psychiatry, gli studiosi hanno confrontato l’estinzione classica della paura con una procedura chiamata counterconditioning. [2]

Nell’estinzione, molto semplificando, uno stimolo precedentemente associato a qualcosa di pericoloso viene sperimentato ripetutamente senza che il pericolo si presenti. Il sistema può così imparare che quello stimolo non conduce necessariamente allo stesso risultato. Nel counterconditioning accade qualcosa in più: lo stimolo precedentemente associato alla minaccia viene collegato a un nuovo esito positivo.

Attraverso la risonanza magnetica funzionale, i ricercatori hanno osservato differenze interessanti nelle rappresentazioni neurali associate alla sicurezza, comprese aree prefrontali coinvolte nell’apprendimento e nel recupero delle associazioni di sicurezza. I risultati non permettono ancora di concludere semplicemente che il counterconditioning sia superiore all’estinzione, ma aprono una prospettiva molto interessante: forse al cervello non basta imparare che il pericolo non arriva più; potrebbe essere importante imparare attivamente qualcosa di nuovo al suo posto.

Questo cambia anche il modo in cui possiamo pensare al lavoro sul trauma. Non si tratta di convincere il cervello che il passato non è mai esistito e nemmeno di cancellare una memoria. Si tratta di permettere al sistema di accumulare informazioni che non confermino continuamente ciò che aveva imparato.

Se nella mia storia ho imparato che quando mostro un bisogno vengo rifiutato, posso ripetermi cento volte che merito amore, ma il mio sistema potrebbe continuare ad aspettarsi il rifiuto. Un’esperienza nuova avviene quando esprimo realmente un bisogno e scopro che posso essere ascoltato. Se ho imparato che sentire paura significa perdere il controllo, una nuova informazione può arrivare quando attraverso una certa quantità di paura e scopro che non mi perdo. Se ho imparato che devo controllare tutto perché altrimenti accadrà qualcosa di terribile, lasciare una piccola parte di controllo e scoprire che il mondo non crolla può diventare un’esperienza molto più significativa di cento rassicurazioni.

La sicurezza, da questo punto di vista, non è soltanto qualcosa che ci diciamo. È qualcosa che il sistema deve poter sperimentare.

Calmare, regolare e apprendere non sono esattamente la stessa cosa

Anche la ricerca sull’HRV, la variabilità della frequenza cardiaca, ci invita a non ridurre il sistema nervoso a un interruttore acceso o spento. Una meta-analisi pubblicata nel 2026 ha raccolto 24 studi, per un totale di 2.537 partecipanti, confermando che nelle persone con PTSD si osserva mediamente una minore variabilità cardiaca mediata vagalmente. Allo stesso tempo, gli autori hanno sottolineato quanto i risultati dipendano dal modo e dalla durata con cui l’HRV viene misurata, invitando alla cautela prima di considerarla una misura semplice e universale della “regolazione”. [3]

Questo è particolarmente importante in un momento storico nel quale intorno al nervo vago è nata una comunicazione spesso molto semplificata. Respirazione lenta, biofeedback e altre pratiche possono certamente influenzare l’attività autonomica e possono essere strumenti preziosi. Ma parlare di “reset del sistema nervoso” rischia di farci perdere il punto più interessante: il sistema nervoso non è semplicemente un meccanismo da spegnere. È anche un sistema che apprende.

Potremmo allora distinguere tre processi diversi. Possiamo calmare un organismo, riducendo l’intensità dell’attivazione del momento. Possiamo aiutarlo a regolarsi, cioè a modificare il proprio stato in modo più flessibile rispetto a ciò che sta realmente accadendo. E possiamo lavorare sull’apprendimento, permettendo al sistema di modificare progressivamente le previsioni attraverso cui interpreta il presente. Questi tre livelli possono sostenersi reciprocamente, ma non sono la stessa cosa.

Una tecnica di respirazione può aiutarmi ad abbassare il battito. Questo può essere molto utile. Ma se ogni volta che una persona prende le distanze da me il mio sistema continua a prevedere “mi abbandonerà”, probabilmente c’è un apprendimento più profondo che deve essere incontrato. Ed è proprio qui che regolazione del sistema nervoso e lavoro sulle memorie traumatiche cominciano a diventare parti dello stesso processo.

Forse abbiamo posto la domanda sbagliata

Quando il nostro sistema continua ad attivarsi, tendiamo a domandarci: “Come faccio a calmarmi?”. È una domanda legittima, ma forse non è l’unica che dovremmo porci.

Potremmo iniziare a chiederci anche: che cosa sta interpretando come pericoloso il mio sistema? Che cosa si aspetta che accada? Da quale esperienza ha imparato questa previsione? E soprattutto, quale esperienza nuova potrebbe permettergli di scoprire che quella previsione non è più necessariamente vera?

Queste domande spostano completamente il lavoro. Non siamo più in guerra con l’attivazione e non stiamo cercando di costringere il corpo a stare tranquillo. Cerchiamo invece di comprendere che cosa sta facendo, quale informazione sta utilizzando e quale nuova informazione potrebbe ancora apprendere.

Il sistema nervoso impara attraverso ciò che viviamo. Impara ciò che deve temere, ciò che deve evitare, quali sensazioni deve sorvegliare e quali risposte ci hanno permesso di proteggerci. Ma proprio perché apprende, può continuare ad apprendere.

Forse è questo uno dei passaggi più importanti che la ricerca contemporanea ci sta permettendo di comprendere: regolazione non significa assenza di attivazione, ma maggiore flessibilità nel passare da uno stato all’altro in relazione al presente.

Per questo non devi insegnare al tuo sistema nervoso a stare sempre calmo. Devi permettergli di fare abbastanza esperienze nuove da riconoscere quando può attivarsi, quando può fermarsi e, soprattutto, quando può finalmente smettere di proteggerti da un pericolo che appartiene al passato.


Bibliografia essenziale

[1] RISE – Reconnecting to Internal Sensations and Experiences (2025). Trial randomizzato su 100 militari e veterani con probabile PTSD dedicato al rapporto con le sensazioni corporee interne e alla capacità di sperimentarle senza interpretarle automaticamente come minacciose. Journal of Traumatic Stress, 2025.
Consulta lo studio su PubMed

[2] Cooper et al. (2026). Augmenting extinction with counterconditioning strengthens and sustains neural safety representations in PTSD. Translational Psychiatry. Studio sperimentale con fMRI sul confronto tra estinzione e counterconditioning e sulla formazione di rappresentazioni neurali di sicurezza.
Leggi lo studio su Nature

[3] Tucker et al. (2026). A multi-level meta-analysis of vagally-mediated heart rate variability and post-traumatic stress disorder. Neuroscience & Biobehavioral Reviews. Meta-analisi di 24 studi e 2.537 partecipanti sulla relazione tra PTSD e variabilità cardiaca mediata vagalmente.
Consulta la pubblicazione tramite DOI

Yi et al. (2026). Circuit-informed modulation of traumatic memory in PTSD: integrating extinction, suppression, and reconsolidation. Molecular Psychiatry. Revisione sui circuiti della memoria traumatica e sui processi attraverso cui le risposte apprese di paura possono essere modificate.
Leggi la review su Molecular Psychiatry

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